Il discorso di Renzi all'Europa

QUOUSQUE TANDEM, RENZI, ABUTERE PATIENTIA NOSTRA?

E’ proprio vero che gli Italiani, come diceva il grande giornalista, “aforista” e scrittore, Leo Longanesi da Bagnacavallo, che “Gli Italiani [a dire il vero, non solo loro. n.d.r.] sono sempre pronti  a correre in soccorso del  vincitore” od a  salir sul suo carro.

Questa taumaturgica “virtù” nostrana è andata evidenziandosi sempre più, man mano che Matteo Renzi ha cominciato, progressivamente e velocemente, a conquistare tutti, a destra e a sinistra, non appena s’è avuto contezza dei risultati delle ultime elezioni, da cui, con quel 40,08% di consensi al P.D., non ci salveremo più.

Per non essere frainteso e non creare, quindi, equivoci in merito alla mia vis polemica, ovvero in merito a quel che scrivo, dirò subito che il sottoscritto, Mazziniano dall’età di 16 anni (ora ne ha ben 74), non sapendo a che santo votarsi, visto che i Repubblicani non erano in competizione, obtorto collo, senza esprimere preferenze, ha messo la sua croce sul P.D.

Ebbene, ieri ho avuto conferma di quel che penso, da tempo, del nostro premier, dopo il discorso a braccio, “recitato” al cospetto del Parlamento europeo, quale “prevosto”, per un semestre, alla guida dell’U.E.

Penso che sia un “balugone”, siccome soleva qualificare i personaggi di tal “possa” un grande uomo politico e polemista comunista, ovvero l’onorevole Giulio Cerreti (Sergio Toscani, da partigiano), che, già Ministro per l’Alimentazione, in Francia, con Leon Blum, rientrato in Italia, subito dopo l’ultima guerra, rilanciò il settore delle COOP, per diventare, in seguito, fino al 1963, Presidente della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue.

Cerreti definiva tali le persone sostanzialmente inaffidabili nei risultati, quanto estremamente ed apparentemente convincenti e lucidi a parole; ovvero gli individui soggeti a “straniazioni” comportamentali ed un po’ dislessici, come asserisce lo scrittore francese Pennac  (in italiano Pennacchi) di sé stesso e di chi paga pegno tra intenzioni, enunciazioni e risultati.

Per lui, quindi, come ebbe a raccontarmi, molti anni fa, l’avvocato Mauro Nocchi, mio vicino di casa al mare, in quel di Campese, che, quale stretto collaboratore di Pietro Secchia alla Segreteria organizzativa del P.C.I., conosceva Cerreti molto bene, balugone equivaleva ad un abile parlatore, o meglio ad un gran chiacchierone che, però, stringi stringi, alla fine, non combina granché.

Di più, per quel che mi risulta, del nostro Matteo da Firenze, compagno di scuola della figlia d’una mia cugina, sembra che, in classe, fosse soprannominato “Il  bomba” , ossia uno che le “spara” troppo grosse.

Siccome, però, non ho e non voglio avere pregiudizi su un personaggio che riscuote tanto consenso e sul quale sono riposte le speranze di tanti Italiani e di tanti Europei, cercherò di spiegare perché, a prescindere dalle chiacchiere sul suo conto, ritengo, per la mia parte, che il nostro Presidente sia, di fatto, uno che affascina senza dire niente.

E questo lo affermo ancorché rischi d’espormi all’accusa, del tutto immeritata, lo giuro, di fare la “controvoce”, da storico (naturalmente in sedicesimo) esponente della sinistra, a tanti che, soprattutto da destra, l’accusano, senza beneficio d’inventario, per puro partito preso, di parlare a vanvera.

Dal giorno della sua entrata a tutto campo, dopo lo “sgambetto” a Letta e la “rottamatura” di Bersani, negli ambulacri del Quirinale per avere il “beneplacito” di Giorgio Napolitano a formare il Governo, gli Italiani l’hanno sentito parlare di “metterci la faccia” (come se ogni politico, al cospetto di chi lo vota e degli incarichi ricevuti e da onorare, non ce la metta), di scadenze e di propositi rivoluzionari, per ribaltare la conduzione e le condizioni del Paese, rivoltandolo cone un calzino, così come l’hanno visto attorniarsi d’una caterva di giovani, sostanzialmente imberbi, cui ha avuto il coraggio d’affidare anche delicati Ministeri, quando, non ostante l’aggio dell’età conclamata, un leader di buonsenso, al massimo, avrebbe affidato loro, in subordine, qualche incarico di segretaria.

Nessuno ha avuto la fortuna di sentirlo sostanzialmente parlare di entrate e di uscite, di saldi attivi o passivi, di disponibilità su cui contare o da reperire etc., di cifre, insomma, fatta salva la piccola “trovata” degli 80 Euro, di ipotesi di rilancio industriale, di settori cui destinare il massimo di risorse perché trainanti rispetto all’economia reale in generale, o perché all’avanguardia, in termini di patrimonio tecnologico da sviluppare, acquisire o consolidare, né tanto meno d’un debito pubblico, ad oggi pari, come qualcuno, perfidamente, il giorno del suo insediamento europeo, al cospetto d’un apparente aulico discorso, gli ha voluto rammerorare, al 140% del Prodotto Interno Lordo; ovvero ad un fardello che grava sulle spalle degli Italiani per circa, euro più euro meno, per 2.200 miliardi, comportante un esborso annuo d’interessi, a seconda dell’oscillazione degli spreads, ricompresotra i 50 ed i 60 miliardi; miliardi sottratti, di fatto, ad ogni progetto futuribile di ripresa, al cospetto d’un debito che incombe, sempre euro più euro meno, per quasi 50.000 Euro su ogni cittadino, bambino, adolescente, adulto, anziano o vecchio che sia.

Cosa mai possono valere, quindi, al confronto, i risparmi rintracciabili nelle pieghe e nelle sovrastrutture dello Stato, o l’individuazione di risorse, attingibili dai privilegi di cui godono caste, conventicole o speciali categorie, caudatarie o di contorno, della politica, ancorché le si possa utilizzare per il “bene comune”,  quando la loro “monetizzazione”, assieme  al recupero d’ogni evasione o d’indebiti trasferimenti all’estero (per i quali, comunque, non si deve mai  – com’ebbe ad enunciare Giovanni Spadolini –  “abbassare la guardia”), sempre che diano i risultati  sperati, al massimo  potrà fruttare tra i 15 ed i 20 miliardi all’anno?

 E questo, prescindendo dai rischi e dalle alee che, in materia, si dovrebbe tener sempre conto, purché, alla svelta, si riesca ad assestare colpi mortali al “moloc” cananeo della burocrazia, che sembra diventato l’unico cavallo di battaglia  del “nostro”.

E questo non ostante che, alla faccia d’ogni proclama, lo Stato stenti tutt’ora a pagare il vergognoso monte dei debiti, contratto, per lavori eseguiti e consegnati, con centinaia e centinai di aziende private, i cui titolari spesso falliscono ed a volte, addirittura, si suicidano per scoramento.

Già a questo punto, se non avesse la fortuna di poter contare su un Ministrio del calibro di Padoan, Renzi sarebbe entrato letteralmente in confusione ed, ormai prossimo ad una sindrome di straniazione, che poi, più semplicemente, significa “straparlare”, comincerebbe a dare letteralmente i “numeri”.

Non è un caso che tutti, ma proprio tutti, società di rating comprese, buon’ultima la Fitch che, di recente, in termini di affidamento economico globale, ha mantenuto in B, con tendenza stabile, l’Italia, chiedano, per ridarci fiducia, soprattutto un’abbattimento significativo del debito pubblico, non già di fare ammuina.

Abbattimento senza il quale, anche a voler lanciare, come fece Enrico Toti con la sua stampella, il cuore oltre l’ostacolo, non si esce dal ginepraio della “Malaeconomia”, anzi, si rischia di rimanere ancor più impigliati, graffiati e laceri, siccome succede a chi, inesperto ed incauto, s’introduce, senza adeguati accorgimenti, ovvero senza farsi pazientemente strada, pian piano, con un pennato, tra i cespugli di pruni, in cerca, a Primavera, dei deliziosi e fragranti “Funghi di San Giorgio”, ovvero degli “spinaroli”.

Ed è del Debito pubblico (e del modo di fronteggiarlo), che costuisce il  vero problema degli Italiani, che Renzi Matteo avrebbe dovuto parlare, illustrando, sempreché ne abbia una, la strategia che intende seguire ed i tempi da impiegare per rimettere in bonis il Paese.

Chiedendo, in base alle soluzioni prospettate, consenso, pazienza e solidarietà ai partners Europei che stanno meglio, onde consentire all’Italia, prima di finire in una condizione di default irreversibile, di prendere “drastici” provvedimenti per invertire la rotta.

Provvedimeti quale, ad esempio, la costituzione d’un Fondo Comune d’Investimento Misto, attraverso l’adduzione della parte fungibile del patrimonio pubblico, mobiliare ed immobiliare, ad similia di quanto mi sono permesso di suggerire qualche giorno fa.

Non si aliena il patrimonio pubblico, siccome è avvenuto in questi giorni, a “spizzichi e bocconi” ed, in più, avendo la pretesa di mantenere la maggioranza di controllo delle aziende messe in vendita.

In questo modo, infatti, si fanno solo operazioni al ribasso e si lascia per strada, inoptato, almeno un terzo delle azioni.

Con risultati di tal fatta non si va da nessuna parte, specialmente se si è in presenza d’una condizione economico-finanziaria che vede il Debito pubblico crescere e non diminuire, a fronte di entrate tributarie che, a causa della disoccupazione, conseguente allo stato di crisi generale, diminuiscono sensibilmente.

Con quest’“aire”, si ottiene ancora un saldo negativo che, a meno che non s’intenda (e ci venga consentito) umentare il debito oltre la soglia del 3% tra entrate ed uscite, in disdoro rispetto a quanto convenuto e sottoscritto a suo tempo, rimandando il pareggio ben oltre il 2015, comporta, ineludibilmente, un corrispondente aumento di tasse in senso generale od  una qualche altra”patrimoniale”, da far “digerire” agli Italiani.

Insomma, a meno di miracoli dell’ultim’ora, o di provvedimenti d’esproprio coattivo, che costituirebbero l’anticamera d’una vera e propria rivoluzione, non resta che la recessione, l’avvitamento progressivo in una spirale negativa senza soluzione di continuità e la disarticolazione dello Stato sovrano.

Non basta “chiacchierare”, parlare di crescita ed accusare le banche, che pure di colpe ne hanno tante, (come, del resto, ha rilevato lo stesso Draghi quando ha stigmatizzato il fatto che dei soldi a loro versati dalla B.C.E., a tassi “stracciati”, ben poco è arrivato ad imprese e cittadini), assieme al destino “cinico e baro”, se siamo, come siamo, ai limiti del dissesto economico finanziario.

Dissesto che, considerato il fatto che ogni giorno milioni di Italiani “faticano” a  mangiare, impone immediati  e concreti atti di rilancio, nonché  celeri provvedimenti di risanamento delle finanze dello Stato e delle sue articolazioni periferiche ad ogni livello.

Inoltre, non essendo più l’italia uno Stato autonomo e pienamente sovrano, bensì un’entità nazionale di connotazione comunitaria, non possiamo stampare moneta, né svalutarla per dare, quantomeno provvisoriamente, respiro ad un’economia asfittica.

Ragion per cui, visto che a peggiorare la situazione c’è, specularmente, una  Germania che ha i conti in ordine e che “tira”, con il risultato, d’apprezzare l’Euro rispetto al  Dollaro, rendendo più difficoltose le  esportazioni, siamo di fatto costretti all’angolo con margini di manovra di carattere contingente pressoché vicini allo zero.

Per rilanciare la crescita, che è bene dirlo, in chiave strettamente occupazionale, non produrrebbe significativi risultati prima d’un quinquennio, ci vuole, quindi, una congrua appostazione di risorse e non sfoggio di cultura, anzi pseudo-cultura, qual è stata quella che, non avendo niente da dire in termini d’economia,  ha cercato d’ostentare, come un cavaliere senza macchia e senza paura”, il nostro premier.

Le sue esibizioni culturali, infatti, hanno fatto sfoggio d’uno sforzo fideistico di tipo millenaristico e trascendentale che, ai fini dei risultati che il Paese s’aspetta, non serve proprio a niente.

Al  Paese, servono fatti e non parole, così come, l’asserzione cartesiana che recita  “Cogito ergo sum”,  non può essere confusa con la più comoda “Appareo ergo sum”, di cui Renzi troppo spesso fa sfoggio, assieme al facile eloquio.

E’ questo il frutto sterile d’un intrinseco fideismo derivantegli, da una parte, dall’essere stato Democristiano e come tale legato alla liturgia cattolica del Credo ad ogni costo, e, dall’altra, dall’essere approdato al Postcomunismo, che pure del Veterocomumismo, ha conservato la fede in un avvenire egualitario di cui si ha certezza assoluta, ma che, nei fatti, non è di questo mondo.

E’ questo un modo di fare del tutto alieno ai credibili capi di Stato di nazioni democratiche che, basando le loro convinzioni sulla dialettica tra opinioni diverse e magari contrapposte, affidano le loro enunciazioni esclusivamente a sintesi concettuali, soggette e condizionate, nonché sottoposte, comunque e sempre, senza colpevolizzare nessuno, a beneficio d’inventario.

Al riguardo, basta prestare attenzione ai voli pindarici del suo megapensiero, che affidano l’essenza del parallelismo tra Grecia ed Italia, non già ai comuni disastri dell’economia (come, per ultimo, ha dimostrato –  con la collaborazione per la ricerca documentale di Ada Moretti – lo scrittore Enzo Terzi, da qualche anno residente in Ellade, nell’ultimo suo libro “Da Pericle a Papadimos), bensì alla consonanza taumaturgica e salvifica, che intercorrebbe, quale affinità elettiva, foriera di chi sa quale palingenesi miracolistica greco-italiana, tra personaggi, quali, solo per citarne alcuni, Aristotele, Cicerone, Archimede, Pitagora, Leonardo da Vinci e Dante.

Consonanza culturale di tale portata, che dovrebbe senz’altro costituire, di per sé, come il ritorno ai “ gloriosi fastigi di Roma”, cui accennava un altro retore, il patrimonio utile a fornire il viatico per una sicura ripresa, se solo si avrà il coraggio di volerla e di cimentarsi in positivo con l’obiettivo della crescita.

Peccato che, tra i tanti citati, filosofi, retori e scienziati, abbia dimenticato, tra i filosofi, i due più importanti, ovvero quelli che sono, indiscutibilmente, alla base, non del pensiero fideista, bensì di quello laico, di quello cioè che, ben lungi da qualsivoglia atto di fede, quale, ad esempio, quello dell’Immacolata Concezione, imposto da Pio IX, ha il privilegio di godere del “Beneficio del dubbio”, com’ebbe ad asserire, per primo, il compianto Giovanni Spadolini (della cui primazialità in merito all’espressione fui personalmente testimone, molti anni fa, in occasione d’un suo incontro con il corpo docente dell’Università di Siena), che, poi, in fondo, significa semplicemente “piena libertà di pensiero”, in quanto sempre pronto a ricredersi e ad ammetere d’aver commesso o di poter commettere errori.

Il nostro ha, infatti, dimenticato, in primis, di citare Socrate, che “sapeva di non sapere”, ed, in secundis, il suo allievo  Platone, che, in base a questo postulato, orientò tutto suo pensiero politico-speculativo .

Tanta sicumera, a nostro modestissimo parere, è dannosa e, in quanto tale, assai pericolosa, perché non si sa dove ti porta. Anzi si sa bene, e sulla base di consolidate esperienze, in Economia è più che certo che non  ci farà “guadagnare” il Paradiso.

E poi, anche la citazione di Telemaco se la poteva risparmiare.

Una citazione fatta, non solo a sproposito, per accattivarsi i giovani (compito, per altro, difficile con quel quasi 45% di disoccupati cui bisognerebbe dare risposte in breve e meno facili), ma anche sbagliata, sia perché, per anni, Telemaco, per il quale il nostro accampa virtù inesistenti d’intraprendenza e coraggio, ha subìto, imbelle, che i Proci, nella sua casa, gozzovigliassero e spadroneggiassero senza ritegno, insidiandogli la madre, sia perché s’è ringalluzzito solo allorché il padre, Ulissse, lui sì con gli attributi non ostante l’età, è riuscito a tendere l’arco ed a dare battaglia.

La smetta, per favore d’atteggiarsi a rottamatore e prenda atto, una volta per tutte, che gli anziani, quantomeno, hanno sui giovani il vantaggio dell’esperienza.

Esperienza che, se ben metabolizzata, impedisce di ripetere gli errori che i giovani, troppo spesso, per baldanza, credendo che il mondo sia nato con loro, indulgono a compiere.