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"Isola mia": tra memoria, scienza e amore per il Giglio

"Isola mia": tra memoria, scienza e amore per il Giglio

C'è un modo particolare di raccontare un'isola: quello di chi non si limita ad ammirarne il paesaggio, ma ne ha imparato a conoscere la storia più profonda, custodita nelle rocce, nei sentieri e nei profumi della macchia mediterranea. È questo lo sguardo con cui il professor Alessandro Fei, docente di Mineralogia e Geologia e per anni responsabile del Museo della Mineralogia e della Geologia dell'Isola del Giglio, torna idealmente sull'isola attraverso i versi di Isola mia.

Una poesia che nasce dalla memoria e dalla conoscenza scientifica, ma che presto si trasforma in un'intensa dichiarazione d'amore. Le rocce diventano frammenti di ricordi, i paesaggi riemergono come immagini di un vecchio "super-otto" e la geologia dell'isola si intreccia con le esperienze personali, con i giovani che l'hanno esplorata e con quelli che, un giorno, ne scopriranno i segreti.

Nelle parole di Fei il Giglio appare così come un luogo capace di parlare a chi sa ascoltarlo: attraverso il granito, le fratture delle rocce, i sentieri, il maestrale e i tramonti, ma soprattutto attraverso quella memoria antica che l'isola continua a custodire e a consegnare, generazione dopo generazione, a nuovi "figli adottivi".

ISOLA MIA

Ti vedo all'orizzonte, isola mia 
Confusa in un celeste innaturale
Ergerti debolmente dal mare
Sotto prospettive irrazionali.

Lievi si aprono le ante
Delle librerie del ricordo
E come in un vecchio "super-otto"
Frammenti invadono la mente.

Mi vedo su remote scogliere 
Intrise di selvatici profumi
Scrutare ogni debole frattura 
Chiedendo di svelarmi i suoi segreti arcani.

Risento l'invernale odore della polvere
Di testi stilati da fantasmi
Cui nel tempo di uno sguardo
Dono ancora un frammento di luce.

Una dopo l'altra
Tessere minuscole si armonizzano 
Disegnando l'incanto di rocce
Le cui vite scorrono lente.

Arriveranno, isola mia, nuovi ragazzini 
Spettinati dal fragore del maestrale
Bagnati da onde inaspettate
Carezzati dal ruvido granito.

Dona loro i tuoi segreti
Ancora celati nei sentieri
Inebriali di tramonti infuocati
Di pietre aspre e profumi antichi.

Stendi le tue braccia
Che hai aperto nella notte dei tempi
Per accoglierli ancora
Come figli adottivi.