Campese, crolla il "terzo pilone": scompare l'ultima testimonianza della miniera
All'imbrunire di questa sera è crollato l'ultimo dei tre tralicci della teleferica che collegava la vecchia miniera di pirite del Campese alle navi da carico. Con lui scompare dal panorama del golfo uno degli ultimi simboli visibili di una stagione importante della storia dell'Isola del Giglio
Un pezzo di storia del Giglio se ne va, questa volta per sempre. All'imbrunire di oggi, 20 ottobre, il cosiddetto "terzo pilone", l'ultimo dei tre tralicci che un tempo sostenevano la teleferica per il trasporto della pirite, è crollato in mare, lasciando nel golfo del Campese un vuoto che non è soltanto paesaggistico, ma anche profondamente legato alla memoria dell'isola.
Per anni quella struttura metallica, ormai segnata dal tempo e dalla corrosione, ha continuato a svettare sull'acqua, diventando una presenza familiare per residenti, frequentatori della baia e turisti. Una testimonianza silenziosa di quando il Campese non era soltanto una delle spiagge più conosciute del Giglio, ma anche il punto di riferimento di un'attività mineraria che ha segnato una parte importante della vita economica e sociale dell'isola.
Quando il Campese viveva di miniera
La storia della miniera di pirite del Campese appartiene a un Giglio molto diverso da quello che conosciamo oggi. Prima che il turismo diventasse una delle principali risorse dell'economia isolana, l'attività estrattiva rappresentava un'importante opportunità di lavoro e sostentamento per numerose famiglie.
La pirite, minerale contenente ferro e zolfo, veniva estratta e preparata per essere trasferita verso la costa. Per raggiungere le navi che attendevano al largo, il materiale viaggiava attraverso un sistema di trasporto aereo sostenuto da tre grandi piloni metallici. Da lì veniva caricato sulle imbarcazioni dirette sulla terraferma.
Era un sistema industriale che aveva trasformato una parte del paesaggio del Campese, legando la baia non soltanto al mare e alla pesca, ma anche al lavoro in miniera, alle maestranze e a un'economia fatta di fatica e attività produttive.
Con il progressivo abbandono dell'attività mineraria, quelle infrastrutture persero la loro funzione. Il tempo e la salsedine cominciarono a consumarle, ma i tralicci rimasero a lungo al loro posto, trasformandosi da strumenti di lavoro in testimonianze di archeologia industriale.
L'ultimo pilone non c'è più
Dei tre piloni che componevano il sistema della teleferica, il terzo era rimasto l'ultimo ancora visibile nel golfo. La sua sagoma arrugginita, inconfondibile soprattutto osservando il mare dalla costa, raccontava senza bisogno di parole una pagina del passato del Giglio.
Il crollo avvenuto questa sera segna quindi la scomparsa dell'ultima grande testimonianza visiva di quell'epoca. Non si tratta soltanto della perdita di una vecchia struttura metallica: con essa viene meno un elemento concreto della memoria collettiva, capace di collegare il paesaggio di oggi alla stagione della miniera e alle persone che vi lavorarono.
Il Campese cambia ancora una volta volto. Il mare torna a essere protagonista di un panorama nel quale, per decenni, quei resti industriali hanno ricordato a tutti che questa baia ha conosciuto anche una storia di lavoro, produzione e sviluppo lontana dall'immagine esclusivamente turistica con cui oggi la identifichiamo.
Resta la fotografia di ciò che era e il ricordo di un'epoca che, con il crollo del terzo pilone, perde uno dei suoi ultimi segni tangibili. Da questa sera, nel golfo del Campese, la storia della miniera non avrà più quel grande testimone a raccontarla dall'alto del mare.



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