Come e perché si mappano i rifiuti all'Isola del Giglio, il parere dei biologi marini
L'Associazione Underwater Pro Tour opera da diversi anni all'Isola del Giglio, dedicandosi alla mappatura dei fondali marini locali.
Ma in cosa consiste, concretamente, questa attività? Al di là degli aspetti puramente tecnici della subacquea, l'obiettivo principale è di natura ambientale. Mappare significa acquisire informazioni sulla presenza di rifiuti esplorando tratti di fondale lunghi anche più di un chilometro, muovendosi a diverse profondità. Ogni volta che i subacquei si imbattono in un rifiuto - o in qualunque oggetto estraneo all'ecosistema marino e alle pareti naturali - ne registrano la profondità, rilevano la posizione con il GPS e, soprattutto, documentano il tutto con foto e video.
La tracciatura della profondità e del punto GPS è fondamentale per poter localizzare e ritrovare l'oggetto in un secondo momento. Grazie a questo lavoro costante, UPT ha creato un ricco archivio di dati che identifica i punti critici attorno all'intera isola.
Il materiale fotografico e video entra poi in una fase cruciale. Come sanno bene i volontari dell'associazione, queste immagini vengono condivise con i biologi marini che collaborano da anni con la struttura. Spetta a loro valutare l'opportunità di un eventuale recupero. L'analisi non si basa ovviamente su criteri economici, ma sull'impatto ambientale: i biologi valutano se l'operazione di rimozione rischia di causare danni collaterali alle comunità naturali in prossimità del rifiuto.
Per capire meglio come si declina questo delicato equilibrio tra pulizia e conservazione, abbiamo rivolto alcune domande al biologo marino Dr. Edoardo Casoli, Ecologo marino della Sapienza Università di Roma, che collabora sin dall'inizio con la nostra Associazione, partecipando a mappatura dei fondali e recupero rifiuti in prima persona, oltre ad essere profondo conoscitore per motivi di studio, lavoro e svago dei fondali gigliesi.
- Tutto quello che si trova in mare deve essere recuperato?
No, assolutamente! E' vero che si tratta di elementi estranei all'ecosistema, ma l'intervento deve essere sempre valutato accuratamente, e l'esito della valutazione non è mai scontato. Si tratta di quantificare più aspetti, ognuno dei quali ha un ruolo importante. La fattibilità dell'intervento, la sicurezza degli operatori, la pericolosità del rifiuto, e non ultimi in termini d'importanza gli aspetti ecologici ed economici. - In base a quali studi o linee guida un biologo marino stabilisce cosa si può prelevare e cosa, invece, va lasciato sul fondale?
Si tratta di una tematica di recente interesse, perciò esiste un numero estremamente limitato di protocolli standardizzati per la valutazione dell'impatto ambientale, specificamente finalizzati a valutare la necessità e la fattibilità della rimozione degli attrezzi da pesca persi e i potenziali impatti associati alle operazioni. Quello che ha avuto un largo impiego è il protocollo sviluppato da Ruitton et al. (2020), basato sull'implementazione di un indice sintetico denominato GRI - Gear Removal Index. In poche parole, consiste nell'analisi di una serie di parametri riguardanti le caratteristiche dell'attrezzo da pesca perso e il contesto ambientale in cui esso si trova: ad esempio, dimensioni e caratteristiche dell'attrezzo; tipo di habitat interessato; stato di colonizzazione dell'attrezzo; impatto su habitat, specie e paesaggio marino; difficoltà tecniche legate alla rimozione; uso del sito. L'applicazione del protocollo permette di ottenere un valore numerico che definisce la priorità negli interventi di rimozione degli attrezzi da pesca, con cinque classi di intervento ordinate su una scala di priorità da alta a non raccomandata. - Quali danni può arrecare all'ecosistema la rimozione di oggetti classificati come "non prelevabili"?
Molti oggetti giacciono sul fondo del mare da decine di anni. Con il tempo vengono colonizzati da organismi marini, che li ricoprono in modo sempre più fitto. Alcuni di questi oggetti finiscono così per ospitare comunità ricche e complesse, spesso strettamente legate a quelle dei fondali circostanti.
Rimuoverli significa portare via anche gli organismi che li abitano e, spesso, danneggiare le comunità naturali intorno. In altre parole, l'azione equivale a sottrarre al mare una porzione di fondale naturale. - Al contrario, che tipo di utilità può avere per l'ambiente lasciare un rifiuto al suo posto? Ad esempio, una rete vecchia di trent'anni, ormai non più pescante e adagiata su uno scoglio o sulla posidonia, che valore aggiunto offre al mare?
Partiamo da un presupposto: un fondale naturale ha sempre una funzione ecologica maggiore! Tuttavia, un oggetto come questo, ormai integrato nell'ambiente, fa da substrato per organismi che svolgono funzioni utili ai processi dell'ecosistema.
Il vantaggio principale, però, è un altro: lasciarlo dov'è evita che i subacquei, durante il recupero, danneggino l'ecosistema circostante o, peggio, mettano a rischio la propria sicurezza. Intervenire su un oggetto ormai quasi fuso con l'ambiente è infatti un'operazione lunga e complessa che non può evitare di arrecare disturbo all'ecosistema. - In base alla sua conoscenza dei fondali gigliesi e agli standard scientifici di cui ha parlato, ci sono oggetti o rifiuti attorno all'Isola del Giglio che non dovrebbero essere assolutamente toccati per evitare danni all'habitat marino?
Si, certamente. Nel sito di Cala Cupa su un pianoro a 45 m di profondità è presente una rete inglobata sul fondale, di cui son visibili solo i galleggianti incrostati su cui si ancorano gli Astrospartus. A Punta della Nave sono presenti numerose cime che, come fossero tende, scendono dalla punta dello scoglio: si tratta di una parte di rete non più pescante e completamente incrostata. Nel sito di Punta Radice sono presenti cime che scendono dalla sommità dello scoglio al fondale limitrofo di un grottino: sono porzioni di rete non pescanti sulle quali spesso si rinvengono uova di gattuccio. Allo Scoglio di Pietrabona ci sono cime e una porzione di rete, non di materiale plastico e non più pescanti, sulle quali spesso si rinvengono uova di gattuccio. Si tratta di attrezzi da pesca persi da decine di anni (alcuni subacquei le ricordano già 30 anni fa) che ormai sono fusi con l'habitat coralligeno. Si tratta di oggetti in tessuto o canapa, privi di elementi di plastica, che offrono substrato ad alcuni organismi e sono integrate con il paesaggio marino circostante.
In conclusione, chiaramente non si può che applaudire all'iniziativa di chiunque si impegni per la salvaguardia dei fondali gigliesi, che si tratti di singoli cittadini o di altre associazioni locali.
Il mare è un bene di tutti ed è un dovere collettivo proteggerlo, ricordando però che la priorità assoluta deve essere sempre quella di evitare danni collaterali.
Nelle foto: la rete di Cala cupa con un Astrospartus mediterraneus (o Stella gorgone)


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