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"Il Selvaggio": mito e poesia di un Giglio che non c’è più

IL SELVAGGIO

Il sole era sorto da poco alle nostre spalle, laggiù, sul profilo dell'Argentario.

Sopra un gozzo, un gruppo di amici navigava oltre le "Scole", verso la nuda e vergine spiaggia di allora. Le Cannelle d'un tempo. Magiche, uniche, uscite dalla fiaba più bella.

Vi canterò in breve le storie dei primi bagnini di quella spiaggia, in quei lontani anni: 1973/74.

E soprattutto vi canterò alcune gesta epiche di una leggenda, un personaggio più unico che raro, un mito dell'isola.

La ciurma su quel gozzo, diretta alle Cannelle, era così composta: il capo pirata era lui, l'unico, l'insuperabile, l'eterno nostro Selvaggio, Pietro Ansaldo, detto "Pattana".

Al suo comando c'era il suo braccio destro, Adelmo Rum, e il suo braccio sinistro, Tonino Ansaldo, lo scrivente.

A seguire, la triade di bagnini, la carinissima, dolcissima e gelosissima compagna del capo. Un'americana approdata sull'isola, non ricordo come. E pazza del pazzo. La sua Federica.

Da non dimenticare assolutamente il caro, fido, immenso Parigi: un bellissimo cane meticcio, molto simile a un Collie.

In quel tempo lontano nessuno era più famoso del Selvaggio sull'isola. Il parroco e il sindaco erano, al confronto, figure secondarie.

Le sue imprese sconfinavano oltre il mare, verso il continente. Era letteralmente "il personaggio", un'icona unica per il modo in cui si poneva. Il suo tono di voce austero, l'agire rozzo, le sue movenze, la sua forza bruta.

Il Selvaggio pranzava e cenava spesso con carne cruda. Il Selvaggio ingeriva Sambuca dalle narici, accompagnata da chicchi di caffè. La sua vita, in quel periodo, era una recita continua.

Istrione, appariva spesso sul suo bianco destriero: un bel cavallo color latte, arrivato dal continente al solo scopo di esagerare la sua esagerata immagine, la sua figura, il suo mito.

Al pari di un Alessandro Magno. Al pari di Napoleone in groppa al bianco equino.

Eccolo… "recitava", in piedi sulla panca di poppa, con la barra del timone tra le caviglie. Pareva Poseidone, simile a un torso nudo, statuario. Una barba folta e rossiccia gli rabbuiava il viso e centomila riccioli incorniciavano quella testa matta.

Riusciva, in quella azzardata posizione - poi, in seguito, azzardata anche da me e da Adelmo - a incunearsi tra lo scoglietto emergente appena sotto l'HOTEL SARACENO e la riva stessa, in uno spazio marino di neanche tre metri.

Il tutto con la barra del timone guidata dai soli piedi.

Eccolo ... "recitava", sfidando suo fratello Salvatore in una gara di voga sui pattìni, davanti alla spiaggia regina, con i numerosi bagnanti spettatori.

Era inutile sfidarlo, impossibile batterlo: sui remi era invincibile. Come lo era nella sfida a braccio di ferro.

Spesso la triade dei bagnini, sulla rena, per fare scena, gareggiava in quella prova di forza sotto gli ombrelloni, attorniata dai bagnanti curiosi e tifosi.

Tifosi del Selvaggio, naturalmente.

Nelle prime battute fingeva di perdere. Quindi, a seguire, il suo erculeo braccio schiantava quelli dei suoi discepoli e bagnini.

E ricordo che mio "fratello" Adelmo e il sottoscritto non eravamo certo monchi.

Niente e nessuno poteva batterlo nel campo della forza bruta.

Eppure quest'ultima faceva pariglia con il suo animo buono e generoso. Il suo cuore selvaggio batteva forte sulle rive dell'isola, batteva forte per la sua gente.

Eccolo ... "recitava" e appariva, di mattina, sul pontile con un megafono e con me al seguito. Urlando dentro a quell'amplificatore di voce, attirava i turisti appena scesi dalla nave per invitarli sulle nostre barche e seguirci verso le Cannelle, dove varie meraviglie - tutte inventate - li aspettavano sulla spiaggia.

Alcune tra queste: la famosa scimmia Cita, mai esistita, e i tre bagnini più belli del mondo, quelli sì pieni di vita.

Sicuramente lui è stato per me "il guaritore" della mia timidezza giovanile, causata da un marcato difetto di pronuncia.

Mi trasmetteva quella pazzia, quella forza, quell'essere istrionico che ho ereditato, in seguito, nel cammino della vita.

Eccolo ... "recitava", issato da noialtri sul pattìno, trasportato per tutta la spiaggia regina mentre si cantava la canzone religiosa di San Lorenzo.

E in quel momento s'incarnava nel santo stesso, in quella sua scena pazza, profana, un po' scema, che però piaceva da morire ai bagnanti, divertiti e ridenti.

È questo che lui cercava.

Fu mio maestro, insegnandomi le rime dei "brindisi" nei vari matrimoni, nelle cantine o nei luoghi di festa.

Fu mio maestro nell'insegnarmi il nodo dello stropolo sul remo.

Oggi giovanissimi vogatori delle regate di San Lorenzo vogliono imparare a fare quel nodo. E ogni volta che mi appresto a insegnarlo loro, rivedo il Selvaggio, le sue forti mani volteggiare con la corda di canapa di allora.

In quel tempo io ero il bagnino addetto a fare il giro dell'isola sul gozzo, e a me piaceva molto quel compito.

Il Selvaggio, per invogliare i bagnanti a compiere l'emozionante giro intorno all'isola, si inventava le peggiori cose.

Raccontava loro che nessuno più di me conosceva ogni angolo del Giglio, ogni scoglio e il suo rispettivo nome. Nessuno più di me conosceva "la Zampa di Gatto", "la Testa di Dante", "Calon di Nufio" e così via.

Appena partivamo per il giro sul gozzo, costoro mi tempestavano di domande, chiedendomi ogni cinquanta metri il nome dello scoglio o della cala che avevano di fronte.

Addirittura erano curiosi di sapere la profondità del mare sotto di noi, in quel momento. Manco fossi stato uno scandaglio.

Ovviamente non ero a conoscenza di ogni angolo dell'isola, come Pietro gli aveva fatto credere. Di conseguenza ero costretto a inventarmi nomi fasulli di luoghi isolani, grazie alla mia viva fantasia.

Sul gozzo, la sera, finita la giornata lavorativa, tornavamo verso il porto trainando il fido Parigi su di un piccolo barchino.

Navigando, il Selvaggio architettava l'ultima scena madre della giornata.

Ci ordinava di metterci attorno al collo e ai fianchi alcune banane, e così anche sul corpo del fido cane.

In quel tempo, nel mese di giugno, il porto era quasi deserto e soprattutto avvolto nel silenzio.

Appena saliti sul barchino per raggiungere la riva, dopo l'ormeggio del gozzo, il Selvaggio cominciava a imprecare aiuto, e noi con lui, per poi finire in acqua, con urla di paura, nel cercato e voluto affondamento del barchino.

Ci ritrovavamo tutti e tre, e compreso Parigi in quattro, a mollo nell'acqua, tra le banane galleggianti.

I vecchi portolani, sul curvo lungomare, scuotevano la testa.

Non capivano certo il nostro cuore leggero, giovane, pazzo e felice.

Un giorno sarò con voi, caro Pietro e Adelmo, sulla nostra spiaggia nuda e vergine, come appariva in quel tempo magico e lontano che mai più tornerà.

Vi raggiungerò per arrostire sardine, affogate dentro fiumi di Ansonaco, ruggine e aspro, nella casa sulla battigia del vecchio signor Perosino, con Federica che conta i bicchieri di Pietro per evitare l'ennesima sbornia e il buon Parigi che tutti noi guarda, con la coda mai ferma e gioiosa.

Quella coda era il termometro di un gruppo di amici felici, in quel lontano tempo storico dell'isola.

Dentro la sua fiaba. Dentro la sua poesia.

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