Due immagini del cosiddetto storico "Porticciolo", una del 1900 di Ludwig Salvator e una del 1990 di Anna Bartunek. Le dedico, nella loro tranquillità, alle persone che rimpiangono, nei commenti in questo sito, il Campese anni 2020.
Caro Pietro sono commossa dalla tua gentilissima risposta e ti ringrazio tanto !!! Ci si vede in Piazza!
Cara Kati, innanzitutto ti ringrazio per l’amore che hai sempre nutrito per la nostra isoletta e che continua ancora nonostante le delusioni patite, ma vorrei riflettere con te su alcuni aspetti che forse non tieni sufficientemente in considerazione.
Io sono nato nel 1952 e da piccolo ricordo bene le vie del castello pieni di vita, di asini e di “cacatognoli” tra i quali dovevo fare lo slalom per passare. L’acqua andavo a prenderla alla fonte con le brocche e la “stagnata” andavo a buttarla al pozzo nero di turno. Tutto molto romantico ma diciamo pure poco comodo e poco igienico. Al Campese vivevano pescando un po’ di pesce ma se volevano qualcosa di più dovevano andare in continente. Prima al Castello o facevi il contadino e pativi la fame o andavi alla miniera e morivi per gli incidenti e la silicosi, oppure partivi magari per l’America a cercare fortuna. Al Porto, come al Campese, pescavano quello che potevano o navigavano su carrette del mare rischiando sempre la vita oppure navigavano sulle petroliere rimanendo lontani da casa anche per anni. Vita triste e pericolosa. Al mare andavo non più di 2-3 volte all’anno ( e come me tutti i ragazzi del Castello). Certo la spiaggia del Campese era bellissima, tutta per noi 3-4 persone, massimo 10 la domenica. Poi la miniera è stata chiusa e tanti sono partiti per il continente senza più tornare. Infine è arrivato il turismo che ha trovato un ambiente ancora vergine, quindi bellissimo , ma una popolazione impreparata che ha gestito il fenomeno con poca attenzione al fragile territorio e poco lungimirante. Da tutto questo sono derivati danni di vario tipo, questo è verissimo, ma si sono anche create le condizioni per un futuro fuori dalla miseria . Ma veniamo a noi, quello che voglio dirti dopo questa premessa un po’ lunga ma penso utile, è che tra la torre del Campese del 1900 e quella del 2020 ne scelgo un’altra. Quella del 1900 fa parte “dell’archeologia” del Giglio, quella del 2020, di come siamo stati incapaci di dare la giusta destinazione a quell’angolo meraviglioso del Campese. A me piace pensare ad una soluzione rispettosa della storia ma che sappia però anche rispondere alle esigenze di un’isola che vive di turismo e che non si può permettere ( a mio avviso ovviamente) di non avere almeno un piccolo approdo al Campese. La difficoltà è unire queste due esigenze, lo capisco bene ,ma se ci si guarda intorno, in Italia e all’estero, si possono trovare spunti virtuosi per un compromesso dignitoso. Si devono prevedere un numero limitato di barche con i supporti per l’ormeggio, pretendere che chi vuole approdare abbia i motori in regola con le norme antinquinamento, ci devono essere controlli puntuali per far rispettare le regole ed evitare che diventi dominio di arroganti che pretendono di comandare al di sopra della legge. Questo permetterebbe ai turisti che vengono al Giglio con la barca di non essere costretti a trasferirsi altrove, tipo all’Elba, perdendo così noi persone capaci di spendere. In conclusione non possiamo arroccarci su un passato che non c’è più mentre bisogna riprendere in mano lo sviluppo dell’isola miscelando con le giuste dosi tradizione, e modernità sostenibile. Bisogna valorizzare Giglio Castello, ridargli vita stimolando le persone a venire a visitare “uno tra i borghi più belli d’Italia“, ma per farlo bisogna noi per primi iniziare a coccolarlo e non ad abbandonarlo all’incuria. I vicoli devono essere puliti e belli illuminati, la Rocca deve finalmente trovare “pace” richiamando turisti interessati a visitare le bellezze che racchiude. E mi fermo qui.
Grazie Kati per avermi stimolato a risponderti , sempre apprezzando le tue riflessioni che mostrano l’affetto che nutri e manifesti verso la nostra isoletta bella.
"Panta Rei" Tutto muta incessantemente; il cambiamento è l'unica costante della vita e dell'universo; descrive l'instabilità delle situazioni umane, l'accettazione del cambiamento, o l'idea che la vita scorre velocemente.
Dobbiamo Farcene una ragione e non piangerci sopra. Magari prodigarsi che le cose ed i fatti cambino in meglio.
Caro Pietro sono commossa dalla tua gentilissima risposta e ti ringrazio tanto !!! Ci si vede in Piazza!
Cara Kati, innanzitutto ti ringrazio per l’amore che hai sempre nutrito per la nostra isoletta e che continua ancora nonostante le delusioni patite, ma vorrei riflettere con te su alcuni aspetti che forse non tieni sufficientemente in considerazione. Io sono nato nel 1952 e da piccolo ricordo bene le vie del castello pieni di vita, di asini e di “cacatognoli” tra i quali dovevo fare lo slalom per passare. L’acqua andavo a prenderla alla fonte con le brocche e la “stagnata” andavo a buttarla al pozzo nero di turno. Tutto molto romantico ma diciamo pure poco comodo e poco igienico. Al Campese vivevano pescando un po’ di pesce ma se volevano qualcosa di più dovevano andare in continente. Prima al Castello o facevi il contadino e pativi la fame o andavi alla miniera e morivi per gli incidenti e la silicosi, oppure partivi magari per l’America a cercare fortuna. Al Porto, come al Campese, pescavano quello che potevano o navigavano su carrette del mare rischiando sempre la vita oppure navigavano sulle petroliere rimanendo lontani da casa anche per anni. Vita triste e pericolosa. Al mare andavo non più di 2-3 volte all’anno ( e come me tutti i ragazzi del Castello). Certo la spiaggia del Campese era bellissima, tutta per noi 3-4 persone, massimo 10 la domenica. Poi la miniera è stata chiusa e tanti sono partiti per il continente senza più tornare. Infine è arrivato il turismo che ha trovato un ambiente ancora vergine, quindi bellissimo , ma una popolazione impreparata che ha gestito il fenomeno con poca attenzione al fragile territorio e poco lungimirante. Da tutto questo sono derivati danni di vario tipo, questo è verissimo, ma si sono anche create le condizioni per un futuro fuori dalla miseria . Ma veniamo a noi, quello che voglio dirti dopo questa premessa un po’ lunga ma penso utile, è che tra la torre del Campese del 1900 e quella del 2020 ne scelgo un’altra. Quella del 1900 fa parte “dell’archeologia” del Giglio, quella del 2020, di come siamo stati incapaci di dare la giusta destinazione a quell’angolo meraviglioso del Campese. A me piace pensare ad una soluzione rispettosa della storia ma che sappia però anche rispondere alle esigenze di un’isola che vive di turismo e che non si può permettere ( a mio avviso ovviamente) di non avere almeno un piccolo approdo al Campese. La difficoltà è unire queste due esigenze, lo capisco bene ,ma se ci si guarda intorno, in Italia e all’estero, si possono trovare spunti virtuosi per un compromesso dignitoso. Si devono prevedere un numero limitato di barche con i supporti per l’ormeggio, pretendere che chi vuole approdare abbia i motori in regola con le norme antinquinamento, ci devono essere controlli puntuali per far rispettare le regole ed evitare che diventi dominio di arroganti che pretendono di comandare al di sopra della legge. Questo permetterebbe ai turisti che vengono al Giglio con la barca di non essere costretti a trasferirsi altrove, tipo all’Elba, perdendo così noi persone capaci di spendere. In conclusione non possiamo arroccarci su un passato che non c’è più mentre bisogna riprendere in mano lo sviluppo dell’isola miscelando con le giuste dosi tradizione, e modernità sostenibile. Bisogna valorizzare Giglio Castello, ridargli vita stimolando le persone a venire a visitare “uno tra i borghi più belli d’Italia“, ma per farlo bisogna noi per primi iniziare a coccolarlo e non ad abbandonarlo all’incuria. I vicoli devono essere puliti e belli illuminati, la Rocca deve finalmente trovare “pace” richiamando turisti interessati a visitare le bellezze che racchiude. E mi fermo qui. Grazie Kati per avermi stimolato a risponderti , sempre apprezzando le tue riflessioni che mostrano l’affetto che nutri e manifesti verso la nostra isoletta bella.
"Panta Rei" Tutto muta incessantemente; il cambiamento è l'unica costante della vita e dell'universo; descrive l'instabilità delle situazioni umane, l'accettazione del cambiamento, o l'idea che la vita scorre velocemente. Dobbiamo Farcene una ragione e non piangerci sopra. Magari prodigarsi che le cose ed i fatti cambino in meglio.