Il biologo: "Il Giglio rimarrà un paradiso marino"

Un intervento unico al mondo che ha salvato un paradiso marino come l'Isola del Giglio dal pericolo di essere compromesso per sempre dall'incidente della Concordia. Un lavoro 'made in Italy' trasformato in un bagaglio eccezionale nel caso di altri rischi ambientali.

A portarlo a termine, ma durerà in realtà per 5 anni, è stato il biologo marino Giandomenico Ardizzone e il suo staff di cinque collaboratori, dell'Università Sapienza di Roma. Questa squadra ha messo in sicurezza il mare e il fondale delll'isola proteggendoli dai rischi ambientali subito dopo l'incidente della nave da crociera Costa Concordia.

mare osservatorio concordia isola del giglio giglionews"Oggi - spiega Ardizzone all'Adnkronos Salute - non c'è nessun rischio per l'ambiente marino, siamo riusciti a limitarlo nel quadrato di 500 metri di lato che avevamo promesso e concordato. E anche quando la nave galleggerà e sara rimossa non ci saranno altri pericoli per l'ambiente". "I potenziali rischi sono stati minimizzati - racconta il biologo, ospite del XXV Congresso internazionale dei biologi che si è chiuso ieri a Firenze e premiato con un targa per il suo lavoro - grazie ad un intervento rapido. Soprattutto con l'aspirazione dell'acqua dalle zone critiche, circa 2 mila tonnellate. Poi si è monitorata la qualità delle acque e dei fondali. L'incubo peggiore è stata la rotazione - avverte - ma siamo riusciti nella sfida di limitare la zona più inquinata al quadrato di mare di 500 metri di lato"

L'obiettivo del team di biologi è stato il monitoraggio ambientale durante le attività di recupero della Concordia. Con un lavoro tecnico e scientifico che riducesse al minimo l'impatto per il delicato ambiente circostante.

"Perché - spiega Ardizzone - si tratta di un ecosistema con caratteristiche naturalistiche particolari e di estremo valore. Il Giglio è nel parco nazionale dell'Arcipelago toscano e un santuario dei cetacei. Siamo stati i primissimi ad arrivare sul luogo del disastro e i primi a fare immersioni sotto la nave. La poseidonia che è rimasta oscurata dall'ombra dello scafo dopo pochi mesi è morta. Abbiamo - aggiunge - controllato anche le zone più profonde dove c'è il corallo".

I biologi si sono poi occupati della valutazione e restituzione cartografica dei fondali "che non si conoscevano - avverte Ardizzone - e con immersioni e robot con telecamera le abbiamo fotografate e studiate. In seguito abbiamo eseguito i rilievi di carattere fisico e chimico, la qualità e la trasparenza acque".

Il rischio ambientale maggiore secondo il biologo non era il carburante presente nella Concordia, prelevato subito, ma i lavori compiuti sul fondale marino per sostenere il relitto e per ruotato. Sono stati fissati dei pilastri "che potevano produrre polvere sottili - precisa - sparse sulle zone circostanze e soffocare così l'ambiente coralligeno". Ma questo scenario, fortunatamente, non si è verificato.